In uno scenario favoloso, bucolico e poetico, vengo accolto da Federica con le sue buone maniere e la sua voglia di raccontare la loro storia che si ritrova perfettamente nei loro calici.

Le pendenze che fanno presagire lavori complessi e ardui, fanno comprendere cosa può esserci dietro un calice di vino, quanta storia e fatica, quante buone pratiche e buon fare.

Mi racconta Federica, che quel suolo prima era vocato per la coltivazione del grano, mi fa vedere una abitazione abbarbicata su una isolata vetta che era presumibilmente raggiungibile a dir poco con qualche difficoltà e che era la casa dei suoi antenati.

La passione nei suoi occhi è il reale specchio del lavoro e della dedizione che c’è per produrre ogni etichetta.

Dalle bizze del clima, ormai irrequieto e sempre più imprevedibile, ai lavori in equilibrio precario, alla volontà di declinare i vitigni come loro li conoscono e per come si sono sempre presentati, tutto era raccolto nelle sue parole, nei suoi gesti umili e fieri, proprio come i racconti artigiani che ancora oggi sono custoditi e tramandati.

Biologici da sempre, per qualunque tipologia di attività, certi che qualsiasi frutto della terra dovesse essere sano, salubre, sostenibile, che al di là del prezzo, il prodotto finale dovesse essere di alta qualità.

Ordine, rigore, attenzioni spasmodiche, per non lasciare nulla a caso per essere da vettore tra la vigna e la natura!

Il lavoro in cantina, poco invasivo, carta carbone e prosecuzione di quanto si fa in campo, cercando di tutelare il dna di partenza, la materia prima, l’espressività dei vigneti, è il loro regolamento dal quale non si può transigere, che permette e assicura il risultato finale.

La transizione dell’uva in vino, il suo evolversi, è un passaggio naturale, dove gli ingredienti principali sono il tempo, la competenza, l’attenzione, la cura che si intuisce dalla pulizia della cantina, in ogni singolo punto, in ogni fase della produzione.

Le attenzioni partono dal tappo, non semplice strumento “riduttivo” per sigillare la bottiglia, ma giusto collaboratore per esaltare e proteggere la qualità del vino!

Anche il tappo, la forma della bottiglia è pensata, ricercata, provata, sperimentata, per poter dare il risultato migliore.

Tutte le fatiche nei campi, il rispetto di quella fertilità, di quegli ettari circondati da verde e animali che ne contrassegnano la genuinità, necessitano una attenzione per ogni particolare, per dare il giusto valore ad ogni fattore, no variabile incontrollata, ma addendum fondamentale e collaborativo.

Sembra casuale, ma mentre assaggiamo, mentre chiacchieriamo, uno stormo di rondini, improvvisa una danza, generano uno spettacolo che non poteva che avere come palcoscenico naturale, quell’anfiteatro, quella terrazza, osservatorio spontaneo del territorio e della sua essenza.

Pecorino da attendere dal corredo aromatico articolato, dall’acidità e sapidità fendente!

Avevo già assaggiato una mini verticale del Pecorino di Federica, con un salto anagrafico di 3 anni e mi aveva già stupito per le sue potenzialità evolutive, per la sua capacità di gestire il tempo, essendone complice, approfittandone per acquisire vigore, caparbietà, tridimensionalità.

La 2021 e la  2018 sono estrema conseguenza di un corredo genetico che con la collaborazione del territorio, dell’escursione termica che rinvigorisce queste colline a 400 metri sul livello del mare, sono dotate di freschezza, sapidità calcarea, fervore acido, con rotondità e giubilo aromatico.

𝐴𝑠𝑝𝑟𝑎𝑙𝑎𝑚𝑎 2019 una scrosciante freschezza, elevata sapidità, dotata anche di speziatura e di note di macchia mediterranea e un sorso comunque accogliente di albicocca e fresco di gelso bianco, pungente di zenzero che ne potenzia la memoria gustativa, ne accelera la verticalità olfattiva. Un’ espressione di pecorino eccezionale, non solo ampia trama aromatica, ma decisa carica fendente.

Rossi eleganti e potenti, generosi e delicati, incisivi e caparbi!

𝐴𝑡𝑡𝑜 𝐼 Sangiovese in purezza: ormai identificato dalla sapidità, fattore comune di tutti i calici e le etichette che traggono dal terreno e dall’ambiente che lo circonda una mineralità caratterizzante.

Tanto succo e speziatura ne completano la trama gustativa, corredata dalla parte ematica e terrosa del vitigno, espressa sempre con grazia e stile.

𝐵𝑜𝑐𝑐𝑎𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎 2018 salmastro, pungente come ingresso e poi note terziarie dai chiodi di garofano alla vaniglia, che ne ingentiliscono il sorso, avvolgente e setoso, nonostante il carattere sapido e deciso, denominatore comune del terroir dove il calice possiede la residenza, dove ha emanato i suoi primi vagiti, dove ha trascorso i suoi anni, ricordi liquidi che ritroviamo nel bicchiere.

𝐿𝑎 𝑟𝑖𝑏𝑎𝑙𝑡𝑎 2018  boato di profumi fruttati e floreali con toni di tabacco e spezie ed un sorso lungo, avvolgente, determinato che ti rapisce e travolge, sempre però con stile e aggraziata educazione gustativa e sensoriale.

Pantaleone: regia e soggetto la natura, attore principale il vitigno, attore non protagonista l’uomo!

Si chiude il sipario su questa visita, sicuro che avremo occasione per una replica e che ogni volta che aprirò una bottiglia, si ripeterà la cronistoria di quanto vissuto, assaporato in queste ore, sempre reale rassegna della loro storia, delle loro buone pratiche, dei loro luoghi, del loro essere, una trama da premio, riconoscimento per tanta dedizione, passione e competenza.

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Pantaleone vini: palcoscenico naturale…in scena le repliche della natura!

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