Morasinsi: camminare e ascoltare la terra, con gli occhi ben rivolti alle nuvole

La chiacchierata di cui vi parlerò oggi è stata una esperienza travolgente, una passeggiata tra vigne e cantina in cui non si può non essere trascinati da Sveva e dalle sue mille idee, dai suoi sogni concreti.

Empatia immediata anche e nonostante lo schermo dal quale il suo lavoro e la sua tenacia era già in HD

Ho conosciuto Sveva e il suo lavoro, il suo progetto di vita con Peter, durante una diretta facebook, l’unico modo consentito in quel momento per frequentare le cantine e i produttori, aria tersa per appassionati, e cani da tartufo degli artigiani della terra, come me.

Sveva era riuscita ad abbattere subito, la gelida rete virtuale creata dallo schermo, rendendo quasi tangibile quel nostro primo scambio di idee e conoscenze e quindi avevo un gran desiderio di incontrarla nei suoi campi, nella sua terra che è parte integrante di lei.

Subito mi coinvolge e mi fa girovagare tra le zolle e il verde immenso e inizia a sciorinare tutti i progetti in essere, alcuni ancora embrionali, altri quasi realizzati, altri già reali.

La ascolto, totalmente rapito anche dallo scenario eccezionale di cui facevo parte e iniziavo a comprendere che ogni cosa che diceva, anche quella che apparentemente potesse sembrare singolare, impossibile, era realistica e reale.

Mi parla di una Food Forest, di una distesa di verde che conterrà oltre 150 specie tra arboree, arbustive e floreali in consociazione, tra cui Carrubo, Lentisco e tante altre e che darà vita ad un ecosistema a cielo aperto che in una catena di biodiversità, darà sostentamento e sostegno all’intera comunità.

Permacultura, sistema agricolo completo, le mani dell’uomo a servizio dei bisogni dell’ecosistema natura

Ormai si fa un uso e abuso “intensivo” di termine come naturale, biodinamico, sistemi integrati, sinergia e poi ti trovi in questi posti dove tocchi con mano cosa questi termini rappresentino.

Mi trovo immerso nella natura, nella Murgia, temprato dal vento, rigenerato dal sole, tranquillizzato dal verde, tra erbe spontanee, lombrichi, coccinelle fortunate, api, specie mellifere come euforbia, lavanda, margherita, mirto, piante giovani o più sagge, germogli, rami pronti per la trincia per rilasciare lignina.

Un palcoscenico naturale tra la fiaba e la realtà, una catena di montaggio libera e ordinata, dove tutti, in piena simbiosi e con anarchia ponderata fanno il loro, creando un sistema perfetto, auto sostenibile e che tende all’infinito.

Leguminose, suolo per nulla stressato, ma coccolato dai nutrienti dei suoi ospiti mai scomodi, ma graditi.

Lupinella, trifoglio, ginestrina, calendula e tanta altra biodiversità, parte attiva del tutto, che sgretolandosi nel suolo, lo rigenererà e creerà le condizioni per ripartire, in perfetto stile chop and drop.

Pratiche agricole oculate, soppesate, sempre in equilibrio tra natura pianta e uomo

Ogni passo, ogni azione è pensata perchè determini una reazione positiva, che innescherà un meccanismo di risparmio di nutrienti, di giusto consumo e assorbimento, di giusto carburante per ogni singola specie e sottospecie.

Pacciamare per lasciare la terra umida e per essere sorgente idrica nei periodi più siccitosi, rendere il suolo ospitale, potare per rinvigorire la pianta, consociare per fruire liberamente di quello che la ricetta terra ha creato, assistita dalla mano dell’uomo, suo prolungamento naturale.

Osservare, sentire, ascoltare, per produrre e originare e raccogliere i frutti di un lavoro comune

Saliamo su di un osservatorio naturale, la terrazza dell’azienda, da dove vediamo tutta la tenuta, ci godiamo tutta la Murgia, vediamo il Vulture, superiamo i confini.

Da li, non si può che immaginare, pensare, sognare, ma sempre con l’obiettivo in testa, ben stampato in mente e pronto per essere realizzato.

Si pensa alla stagione andata, alla situazione precaria, alla produzione di sfuso di qualità, alla collaborazione tra viticoltori e produttori, alla ricerca, al pensiero, alla voglia di creare manodopera, lavoro, situazioni, occasioni, sempre tutto pensato e realizzato.

Da lì, da quel luogo privilegiato, vediamo tutti i 14 ettari della tenuta e parliamo, sempre con la voce orgogliosa di Sveva  dei vitigni presenti, il burbero e tenace Nero di Troia, il severo Aglianico, il Bombino, l’aromatico Moscato, il Pampanuto che sarà macerato.

Cosa vuol dire poter assaggiare lo stesso vitigno a contatto con materiali diversi, da Morasinsi si può!

Passiamo all’assaggio e quindi andiamo nella terra di mezzo, quella tra la zona lavorazione e affinamento e il terrazzo da cui poter gustarsi gli effetti del lavoro proprio e del socio parte fondamentale dell’azienda: la natura.

Cemento, ceramica, legno, tre diffusori, tre valorizzatori delle varietà che proteggono.

Iniziamo con il Nero di Troia IGP 2019 dalla vasca di cemento. Vino che sarà imbottigliato alla prima luna calante, come chiede la biodinamica, ma soprattutto come l’esperienza ha dimostrato essere un’azione meritevole e realmente funzionale.

Infatti, non bisogna chiedere a Sveva, quando i vini saranno pronti per la commercializzazione, perchè risponderà che lo deciderà il tempo, lo deciderà la risposta del vitigno.

Uscito dalla vasca si apre ad un naso di macchia mediterranea, elicriso,  che ritroverò in tutti i vini assaggiati dell’azienda. Il tannino è fervido, insistente e presente, dimostra tanta potenza. Il cemento servirà al Nero di Troia e all’Aglianico per smussare le spigolosità, per calmare la grinta di questi vitigni, essenziale e loro DNA imprescindibile che ritroveremo, con garbo ed equilibrio.

Lo stesso nero di Troia, lo assaggerò dall’anfora e mantenendo i descrittori dominanti indicati che saranno esaltati, sarà levigato e acquisirà maggiore concentrazione e corpo, arricchita dalla ceramica.

L’imbottigliamento è manuale per ogni etichetta. Per ogni vino non si superano mai le 5000 bottiglie e l’etichetta, non è detto che esca ogni anno, dipenderà dalla stagione e dallo stato della massa in fermento, ovvero del vino.

Si passa all’assaggio del rosato da Aglianico,  ricavato dalla roccia madre, che mostra tanta acidità e sapidità, dovuta alla sua origine.

Mostra note balsamiche, mentolate, insieme a toni di melograno, acidi e intensi.

Poi si passa al Montepulciano usato per le bag in box, altra bellissima proposta. Un vino sfuso di qualità, in box che permettono lo stoccaggio e il trasporto corretto, con un colore carico, intenso, che oltre all’alloro, al rosmarino che trovo come filo conduttore di quasi tutti i vini assaggiati, presenta sentori verdi di radici di liquirizia, con un tannino più lieve, più morbido e aggraziato, rispetto all’astringenza graffiante provata del nero di Troia e la polverosità disidratante dell’Aglianico.

Morasinsi: una finestra sulla vigna

Salgo in superficie e mi attende un accesso diretto alla vigna. Serrature spalancate verso il verde, verso l’ecosistema respirato dal primo momento in cui ho calpestato quel suolo, sentito quei profumi, visto quell’insieme biodiverso di operai della terra.

Assaggio il Moscato secco, senza seguire troppo il galateo della degustazione. Calice che oltre al suo genetico aroma, mostra un’acidità sferzante, impetuosa e che rende la beva intensa e travolgente, confusi tra profumi e veemente freschezza.

Chiudo questa bellissima esperienza con l’Aglianico sferracavallo 2018.

Vino che attraversa tutte le materie, cemento per gran parte, poi anfora e legno, assemblati insieme, dopo un anno di crescita autonoma, per poi acquisire ogni parte dell’altro. Il tannino come si era presentato per il 2019 continua ad asciugare il palato a desertificare la lingua, che viene idratata, come un’oasi felice, dalla sapidità e freschezza comunque tanto presente e con un vigore globale del sorso.

Si torna a casa, dopo un’esperienza fenomenale, convinto che fare vino espressione del territorio è una certezza

Sapevo che sarei stato rapito da Sveva, dal suo essere e dal suo animo leggero ma ponderato e assennato, totalmente legato alle radici e al territorio. Piena di passione e voglia di fare, sempre con gli occhi levati al cielo, ma con i piedi nella sua terra, di cui conosce ogni centimetro, ogni zolla, ogni essere presnete, che nutre e che accudisce, che ascolta, interpreta e traduce in azioni protese a rinvigorirne e valorizzarne l’essenza.

Un’azienda circolare, dove come in un Panta rei perfetto, tutto scorre e si modifica e rigenera, “dando vita alla vita” e determinando un sistema proteso all’infinito.

Saluto Sveva, ringraziandola per le emozioni e sensazioni provate e per l’arricchimento umano e professionale donatomi.

Come detto in altre occasioni, è eccezionale e fondamentale, conoscere persone, produttori, vignaioli, come Sveva e Peter, perchè rafforzano la mia convinzione, che fin quando ci sarà gente come loro, la nostra Puglia e la viticoltura è in buone mani.

La lascio, certo che quando la rivedrò tutto quello che aveva in mente, che mi ha raccontato lo vedrò e che quando ci rivedremo avrà altre idee e progetti da realizzare, tutto a ciclo continuo, sempre carburante, sempre combustibile ecologico che userà per nutrire le loro vigne, i loro vini, la loro infinita passione e il loro splendido ed indissolubile legame con la terra.

 

 

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